Tu quoque, Olanda

La decisione di Geert Wilders di far cadere il governo del premier liberale Mark Rutte pesa sull’Olanda e sull’Europa. Il leader antieuropeista ha tolto l’appoggio a un esecutivo di minoranza, formato da liberali e cristianodemocratici, opponendosi ai tagli necessari a riportare il deficit al 3 per cento entro il 2013.
8 AGO 20
Immagine di Tu quoque, Olanda
La decisione di Geert Wilders di far cadere il governo del premier liberale Mark Rutte pesa sull’Olanda e sull’Europa. Il leader antieuropeista ha tolto l’appoggio a un esecutivo di minoranza, formato da liberali e cristianodemocratici, opponendosi ai tagli necessari a riportare il deficit al 3 per cento entro il 2013. Come con Hollande in Francia, i mercati non amano l’incertezza: la crisi di governo all’Aia ha contribuito al tracollo delle Borse ieri. Rutte ha presentato le dimissioni, aprendo un lungo processo che porterà a elezioni in settembre e a un nuovo governo forse alla fine dell’anno.
Il premier cercherà un difficile compromesso con l’opposizione laburista sui 14 miliardi necessari a rispettare gli obiettivi di deficit, ma quel che più conta è che l’Olanda rischia di perdere la tripla A. Quello che era un modello di crescita economica e stabilità politica si è trasformato in un paese ingovernabile. Alla fine del 2012, l’Aia avrà avuto sei governi e cinque elezioni legislative in dieci anni: il sistema è frammentato e condizionato da populismi di destra e sinistra.
Per l’Europa, il problema è doppio: la caduta del governo Rutte mostra i limiti economici e politici dell’austerità. Economicamente, i mali dell’Olanda non sono deficit e debito pubblico, ma l’enorme indebitamento delle famiglie, arrivato al 249 per cento del pil, il più alto di tutta l’Ue. L’Olanda – come la Spagna – dimostra che gli squilibri macroeconomici allargano la “periferia” della zona euro ben oltre i confini dei paesi spendaccioni. E il Fiscal compact – un trattato contabile che non distingue i tagli dalle tasse – non fa nulla per risolvere il problema. Politicamente, un tempo erano immigrazione e islam a spingere l’elettorato popolare verso i piccoli Le Pen locali. Ora c’è anche il Fiscal compact, su cui tutti erano d’accordo (tranne il premier britannico Cameron) salvo scoprire che non sono d’accordo gli europei. L’élite comunitaria dice che il populismo è una “minaccia”, ma è paralizzata di fronte agli umori dei cittadini. Il 6 maggio, oltre ai francesi, votano i greci. A fine mese, gli irlandesi vanno a referendum sul Fiscal compact. La zona euro non sopravviverà se alle tensioni finanziarie si sommeranno quelle politiche.